sabato 31 agosto 2013

RILEGGERE, RISCRIVERE. 

 di Marco Kito Toccacieli

Tempo fa, al secondo o terzo anno di superiori, feci una litigata impressionante con mio padre. Non avevo ancora ambizioni da scrittoruncolo, ma decisi ugualmente di scrivere il senso di amerezza e delusione che mi era rimasto addosso. Rilessi la paginetta e mi commossi: era un testo di una profondità impressionante, anche una larva si sarebbe messa a piangere nel leggerlo, pensai.
Un paio di mesi fa, durante una delle grandi pulizie di mamma, il foglio in questione, che era stato dimenticato sul fondo di uno scatolone colmo di libruncoli e quadernetti, saltò fuori nuovamente.
Diedi un'occhiata al pensiero che avevo appuntato anni prima e non era più profondo di una tazzina da caffè, era banalissimo.
Vi è mai capitato qualcosa di analogo?
Questo succede perchè nel momento che decidiamo di scrivere trasferiamo i pensieri, le immagini e le sensazioni dalla nostra testa alla pagina. Spesso, però, specie se abbiamo poca dimestichezza con lo scrivere, questo trasferimento avviene solo per metà: un po' di informazioni vanno nella pagina e un altro pochino ci rimangono a gironzolare nel cranio senza che noi ce ne accorgiamo. Quando rileggiamo il testo a mente calda (subito dopo averlo scritto) le informazioni scritte si uniscono a quelle rimaste impigliate nel cervello e il risultato è: "Questo testo è meraviglioso!"... abbiamo il 100% di informazioni.
Meraviglioso un accidente. Proviamo a rileggere l'elaborato dopo un mese e il risultato è già cambiato: "carino, ma manca qualcosa". Cosa manca? la parte di informazioni inerenti lo scritto che la nostra testolina non si ricorda più. Be', dopo tre-quattro mesi andrà anche peggio.
Questo non vuol dire che siamo autori senza speranza, ma piuttosto che dobbiamo continuamente rileggere e riscrivere lo stesso racconto/romanzo. Che mano a mano dobbiamo aggiungere le informazioni che mancano alla pagina, riempire i vuoti.
Ehi, quello che abbiamo scritto - tenetelo bene a mente - non è, nella maggioranza dei casi, una potoria... è solo una prima stesura e come tale ha bisogno di essere revisionata: cerchiamo di non essere troppo severi con noi stessi!
Più che lo scrivere, ciò che innalza uno scrittore rispetto a un altro è il RI-scrivere.
Non c'è un metodo standard inerente la correzione del testo, ma vi posso dire il mio.
CORREZIONE N°1
Grammaticale, subito dopo la prima stesura.
CORREZIONE N° 2
Correzione grammaticale e di significato. Lascio riposare il testo per almeno un mesetto, lo rileggo e riscrivo le parti che non mi vanno particolarmente a genio. Apporto le informazioni che mi accorgo mancare.
ALTRE CORREZIONI.
Non si finisce mai di correggere un testo. Ogni volta che lo si rilegge (a distanza di tempo) si trovano delle cose che si possono migliorare: attualmente sto revisionando racconti vecchi di anni, fate un po' voi...
QUANDO SI PUO' MANDARE IL TESTO AGLI EDITORI.
Possibilmente dopo diverse revisioni e non prima di 3-4 mesi dalla prima stesura. Sarebbe utile far leggere il testo da qualcuno di nostra fiducia (disposto a confrontarsi con noi su ciò che abbiamo scritto al fine di trovare punti deboli e punti forti). Meglio ancora se la persona in questione è un editor.
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di Marco Kito Toccacieli

“Caducità” di Hermann Hesse

“Caducità” di Hermann Hesse

articolo di: Maria Colombro



Su me dall’albero della vita
foglia su foglia cade.
O variopinto mondo senza senso
come ci rendi sazi,
sazi e stanchi
come ci rendi ebbri!
Ciò che ancor oggi arde
sprofonda presto.
Presto sibila il vento
sulla mia bruna tomba,
si reclina la madre
sul suo figlioletto.
Gli occhi suoi voglio rivedere
il suo sguardo è la mia stella,
tutto il resto vuol dileguare e sparire,
tutto muore, tutto muore volentieri.
Resta solo l’eterna Madre
dalla quale noi venimmo,
nell’aria labile le sue dita
giocano a scrivere il nostro nome.

Hermann Hesse

Rendersi consapevoli che tutto è talmente caduco, precario, destinato alla fine.
Non ci si potrebbe aspettare niente di dissimile da un pensatore come Hermann Hesse. Artista a tutto tondo ha regalato sempre con la sua prosa così come la sua poesia panoramiche sul mondo schiette e sentimentali. Nella raccolta alla quale questo testo appartiene, “Il Canto degli alberi”, l’autore sceglie come oggetto simbolo proprio gli alberi, che, compiendo il loro ciclo, ben rappresentano la caducità e l’eterna rinascita. Nella loro essenza è nascosta un po’ anche la nostra.
Apparteniamo ad un tempo che è destinato a concludersi, siamo interposti tra ineluttabili inizio e fine. Eppure ci illudiamo di possedere il mondo, di dominarlo in qualche modo. La nostra esistenza è invece momentanea, transitoria.
Foglia su foglia cade scrive Hermann Hesse. Questa immagine è di straordinaria efficacia. Le parole quasi non servono più. L’autunno degli alberi è l’autunno degli uomini.
Siamo in balia di chissà quale destino, sovrastati da un mistero che non ci è dato rivelare eppure ci crediamo gli eterni e assoluti padroni del futuro, sebbene del futuro possiamo cogliere solo piccole sfumature. L’unica dimensione che potremmo pensare di afferrare è il presente, tuttavia anche questo spesso ci sfugge.
Tutto quello che si potrebbe ancora dire è racchiuso negli ultimi quattro versi della poesia. In essi vi è il senso di ciò che il poeta si sforza di spiegare nei versi precedenti. Dalla terra noi veniamo e alla terra siamo inevitabilmente obbligati a tornare. La madre di ogni cosa ci accoglie tutti e come una burattinaia tiene i fili delle nostre vite.
Ogni verso di questa poesia è una sentenza e un invito alla riflessione. Questo sicuramente non vuol dire che dobbiamo rassegnarci a subire il destino che ci capita, forse però dobbiamo imparare serenamente ad accettarlo, perché tutto è fallibile, tutto ci colpisce soltanto trasversalmente.

giovedì 29 agosto 2013

IL PETTIROSSO


IL PETTIROSSO



Penso al sospiro che fece quando senza più notarmi si chiuse la porta alle mie spalle. Sicuramente fece un lungo sospiro e si disse un poco sconsolata: fatto un altro.
Avrà ricontato i soldi, forse messi in un barattolo vuoto e si sarà mangiata un biscotto; si sarà lavata, asciugata e profumata, per il prossimo cliente o solo per se stessa. Probabilmente avrà di nuovo sospirato, un sospiro più breve, conosciuto, non tanto perché fosse stanca; ma come a dire fatto un altro.
Ed io invece guidando mi torno a casa e sospiro, un po' penso hai soldi spesi ma poi mi porto le labbra al naso e quell'odore mi da' piacere. Sospiro e penso a quanti siamo in questo momento a sospirare.
L'auto procede, i miei pensieri si fermano, ma ecco che noto nel centro della strada qualcosa, ancora non lo distinguo e poi ecco si lo vedo un uccellino morto. Non sembra schiacciato, faccio pochi metri e riesco a trovare uno spiazzo per fare inversione, ancora qualche metro e di nuovo, inversione. Mi fermo, e senza che nessuno mi veda faccio una piccola corsa per recuperare il defunto pettirosso. Lo poso dietro, ai piedi del sedile e riparto. Faccio però poca strada perché di nuovo l'andatura vien fermata, stavolta da una pattuglia che, paletta alla mano mi fa segno di accostare. Abbasso il finestrino dopo aver spento l'auto, il carabiniere si avvicina ancora di più e mi guarda negli occhi, "patente e libretto" ed il suo sguardo ancora persiste. Allungo la mano verso lo sportello del parabrezza poi nel portafoglio; gli allungo entrambi i documenti e lo fisso anch'io come a dire beh che vuoi? E penso, penso a questo innato odio che nutro contro la legge, contro i tutori della legge.

EDUCAZIONE EVOLUTIVA

Professore Umberto Galimberti:

Ai nostri giovani manca il linguaggio, mancano le parole...
Ma voi pensate davvero che uno possa pensare senza le parole? I nostri pensieri sono proporzionati alle parole che possediamo. Non possiamo pensare al di là delle parole che possediamo e se ne possediamo poche, pensiamo poco.

mercoledì 28 agosto 2013

I libri abbandonati non sono mai soli

I libri abbandonati non sono mai soli

articolo di: Giovanna Nappi
tratto da Letteratu.it





Il mondo è bello perché è vario”: quante volte ci è stata propinata questa frase?

È probabilmente una delle più sdoganate, ma non per questo meno veritiere. Effettivamente la varietà diventa la coordinata entro la quale muoversi per ottenere riscontri positivi, di qualsiasi ambito si stia parlando.
Stesso discorso per la letteratura. È grazie alla possibilità di scelta così vasta che ogni giorno ci viene messa a disposizione in libreria che siamo, di volta in volta, in grado di trovare il libro che soddisfi le nostre aspettative, che risponda alle esigenze dettate dal particolare momento che stiamo vivendo e ai nostri gusti personali.
Eppure, acquistare un libro in seguito dopo averlo scelto non equivale a garantirci che ci piacerà. È possibile che qualcosa vada storto, e che iniziando a leggere le sue pagine realizziamo che – accidenti! – proprio non si può proseguire. Le motivazioni possono essere tantissime, magari non condividiamo affatto l’ideologia dell’autore che trapela attraverso le sue parole, oppure non riteniamo abbastanza originale i contenuti raccontati, o ancora non gradiamo lo stile entro cui è stato sviluppato l’intero libro. Ne ha parlato lo stesso Daniel Pennac:

Ci sono mille ragioni per abbandonare un romanzo prima della fine: la sensazione del già letto, una storia che non ci prende, il nostro dissenso rispetto alle tesi dell’autore, uno stile che fa venire la pelle d’oca.”

 A questo punto cosa accade? Decidiamo di accanirci il più a lungo possibile, sperando che ad un certo punto avvenga “la svolta” (che molto probabilmente non ci sarà mai), oppure consci del nostro fallimento lo mettiamo subito da parte, in attesa di tempi migliori?

 Credo che esista un posto, immaginario ma non per questo meno possibile di altri, in cui sono accatastati tutti i libri abbandonati dai propri lettori. Afflitti dai sensi di colpa, se ne stanno lì, nel dimenticatoio, a domandarsi cosa sia andato storto, se avrebbero potuto far qualcosa perché le cose andassero diversamente. Credo anche che siano presenti tutte le Anna Karenina e le Lolita incompiute, che aggiungeranno nuove tragedie alla propria vicenda – e perché no, anche un po’ di sana competizione –; ci saranno le interminabili saghe firmate Rowling o Tolkien, che soltanto appassionate menti fresche avranno avuto modo (e coraggio) di terminare; e certamente non potrà mancare la trafila di romanzi che a noi lettori erano sembrati sfavillanti grazie a quelle fascette così accattivanti, ma che si sono rivelati prodotti di bassa lega, impedendo di proseguire nella lettura.
Credo però che non tutti i giudizi negativi siano tali in assoluto, e che spesso la contingenza del momento faccia da padrona. Non è un caso che le rivelazioni letterarie più grandi siano capitate quando un libro impolverato è tornato nelle mani del suo proprietario, e sorpreso a sua volta del ripescaggio, abbia saputo – fedele come pochi – riservargli il regalo più grande: la soddisfazione della lettura, fino all’ultima pagina stavolta.

FESTIVALfilosofiaAMARE

http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2013/08/FestivalFilosofia2013.jpg

Marc<br/>Augé
Zygmunt
Bauman
Zygmunt<br/>Bauman

domenica 25 agosto 2013

STATE COLMI

HO FATTO VOTO DI VASTITA'

Video tratto da:
26-30 settebre 2012 Torino spiritualità


Alessandro Bergonzoni sarebbe da ascoltare e riascoltare; sia per decifrare le sua parole sia per comprenderne il significato. Non parla a vanvera e non storpia le parole per il gusto di farci sorridere, ma ci illumina sul fatto che tutte le parole hanno un significato, il più delle volte ignaro all'oratore.
Bergonzoni ci indica un percorso che è quello di identificarci negli esseri diversi da noi. I problemi non si risolvono abbattendo le navi degli immigrati, nemmeno castrando gli stupratori e nemmeno gettendo la chiave delle carceri. Il problema è oltre.
Bisogna capire perchè, le persone compiano certi atti, andare alla radice ed iniziare ad educare l'uomo negli asili, ma forse anche li è tardi...

sabato 24 agosto 2013

UN FIORE





UN FIORE

Un magnifico fiore
tutto rosso
è nato d'inverno
nel centro di un lago ghiacciato

Il vento gelido
tentava di piegarlo spezzarlo
niente

La neve così candida
scendeva impetuosa
tentava di piegarlo spezzarlo
niente

Un uomo poi
con il semplice gesto
della mano
lo piega lo spezza

venerdì 23 agosto 2013

LA CRISI

 


Ecco che cosa affermò Einstein in merito alla crisi, decine di anni fa:

"Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere 'superato'.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle   persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla." 

(tratto da “Il mondo come io lo vedo”1931).