sabato 18 giugno 2016
mercoledì 16 marzo 2016
Hotel incanto
A breve, intorno a giugno, uscirà il mio nuovo libro.
Si tratta di tre racconti lunghi: Antonomasia, Hotel Incanto e il dono.
A presto.
Si tratta di tre racconti lunghi: Antonomasia, Hotel Incanto e il dono.
A presto.
martedì 8 settembre 2015
Prospektiva 1.0
Contropremio letterario
Contropremio letterario
| IL BANDO DEL PREMIO |
PROSPEKTIVA 1.0
PER OPERE INEDITE
PER OPERE INEDITE
Articolo 1.
Prospektiva 1.0
nasce con lo scopo
di premiare
manoscritti di
narrativa e
saggistica. Racconti
e saggi per poi
parlarne per qualche
mese in giro nei
Festival letterari
organizzati da
Prospektiva. Insomma
fare rumore sulle
scritture in ombra.
Articolo 2. Il
premio si divide in
due sezioni: opere
inedite per la
narrativa (sia
romanzi sia raccolta
di racconti); opere
inedite di
saggistica. Si può
partecipare anche
con manoscritti
differenti e in
diverse sezioni. Non
vi è limite di
lunghezza per i
manoscritti
presentati.
Articolo 3. I primi di ciascuna sezione riceveranno come premio la pubblicazione con Tra le righe libri. Dunque un romanzo o una raccolta di racconti, e un saggio avranno, ISBN, copertina con bandelle, diffusione e quant’altro fa diventare un manoscritto un libro.
Preferiamo – sia per i saggi sia per le narrazioni – storie, diari, Storia del Novecento italiano, elementi sociali e politici, scelte e coraggio. Insomma vogliamo vedere uscire dalla carta, dal manoscritto, il desiderio di prendere per mano il lettore e portarlo su per nuovi sentieri.
Articolo 3. I primi di ciascuna sezione riceveranno come premio la pubblicazione con Tra le righe libri. Dunque un romanzo o una raccolta di racconti, e un saggio avranno, ISBN, copertina con bandelle, diffusione e quant’altro fa diventare un manoscritto un libro.
Preferiamo – sia per i saggi sia per le narrazioni – storie, diari, Storia del Novecento italiano, elementi sociali e politici, scelte e coraggio. Insomma vogliamo vedere uscire dalla carta, dal manoscritto, il desiderio di prendere per mano il lettore e portarlo su per nuovi sentieri.
Articolo 4. La
scadenza per
partecipare è
fissata a sabato 25
aprile 2016.
Articolo 5. La
premiazione si terrà
a Lucca.
Articolo 6. La
segreteria dove
spedire tutto – (si
può anche inviare il
materiale via email
a
prospektiva@libero.it
mettendo all’oggetto
Premio Prospektiva
1.0) – è sita a
Lucca in via Pisana
Trav. I, 18 - 55100.
Sulla busta basta
mettere Premio
Prospektiva 1.0.
Articolo 7. Per l’iscrizione (che verrà utilizzata per la promozione delle opere) l’importo è di euro 20,00 da versare su conto postale numero 11507530 intestato a Andrea Giannasi editore, o bancario: IBAN IT 52 F 05034 70130 0000 0000 1154 (Cassa di Risparmio di Lucca, conto intestato a Andrea Giannasi editore).
Articolo 7. Per l’iscrizione (che verrà utilizzata per la promozione delle opere) l’importo è di euro 20,00 da versare su conto postale numero 11507530 intestato a Andrea Giannasi editore, o bancario: IBAN IT 52 F 05034 70130 0000 0000 1154 (Cassa di Risparmio di Lucca, conto intestato a Andrea Giannasi editore).
Articolo 8. La
giuria è composta da
editor, giornalisti
e operatori del
settore editoriale
coordinati da Andrea
Giannasi.
Per info scrivete a
prospektiva@libero.it
Articolo 9. Il
giudizio della
giuria è
insindacabile
Per gli autori di
opere edite vi
invitiamo a
partecipare al
Contropremio Carver.
lunedì 7 settembre 2015
SONG OF CHILDHOOD
Quando il bambino era bambino,
camminava con le braccia ciondoloni,
voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente
e questa pozzanghera il mare.
Quando il bambino era bambino,
non sapeva di essere un bambino,
per lui tutto aveva un’anima
e tutte le anime erano un tutt’uno.
Quando il bambino era bambino
non aveva opinioni su nulla,
non aveva abitudini,
sedeva spesso con le gambe incrociate,
e di colpo si metteva a correre,
aveva un vortice tra i capelli
e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?
mercoledì 12 agosto 2015
Sylvia Plath che sigilla porte e finestre
e mette la testa nel forno a gas e si uccide. Cesare Pavese che
ingurgita sonniferi a decine e lo trovano addormentato per sempre con un
suo ultimo scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”
Pablo Neruda in ospedale fatto fuori da un’iniezione letale e fatto
fuori in vita quando la sua patria lo espulse. Pasolini brutalmente
assassinato dal potere. Walt Whitman che “canta il corpo elettrico”
e muore in concomitanza della pubblicazione della sua prima opera di
prosa. Alda Merini dieci anni in manicomio con i polsi legati per non
farla scrivere e trentacinque elettroshok subiti. Sibilla Aleramo
violentata a quindici anni che muore dopo una lunga malattia e tanti
amori impossibili. Rimbaud preso a pistolettate da Verlaine e preso
dalla gangrena crepando così a trentasette anni. Ungaretti riverso a
terra tra corpi di compagni morti nella grande guerra e fulminato poi
dalla broncopolmonite. Dylan Thomas tutto alcol e dissolutezza fregato
da un edema al cervello. Jack Hirschman finito cinque volte in galera
sempre per difendere la libertà di espressione. Bukoswski stroncato da
leucemia fulminante dopo una vita di sbronze coi reietti americani.
Allen Ginsberg che soccombe per un cancro al fegato e scrive poesie pure
fino all’ultimo respiro. Leopardi deforme schiacciato dalla sua stessa
sete di vita e continuamente imprigionato nel corpo. Piero Ciampi libero
che manda tutti affanculo giocando a scacchi con Carmelo Bene per poi
chiudere con un cancro all’esofago senza avere riconosciuta la sua
poetica. Sandro Penna chiuso in camera a scrivere senza uscire mai
circondato dal suo stesso piscio. Federico Garcia Lorca che lotta contro
i fascisti di Franco e viene fucilato. Baudelaire sventrato
dall’assenzio e processato per “I fiori del male”. Kerouac che
scopre l’America e la fa beat e si sorprende un mattino a vomitare
sangue e abbandonare questo mondo con la cirrosi epatica. Rilke in
sanatorio con la febbre intestinale. Artaud sfibrato dalle crudeltà che
muore solo nel suo pavillon con in mano una scarpa. Montale crollato per
vasculopatia dopo averci lasciato quel “ciò che non siamo/ciò che non vogliamo”. Quasimodo ucciso da un ictus “ed è subito sera.” Ezra Pound internato nell’ospedale criminale federale “St. Elizabeths” di Washington che riesce a scrivere:“Quello che veramente ami, non ti sarà strappato.”
Umberto Saba vessato dall’assenza del padre e morto dopo essersi
sconvolto per la malattia della moglie. Federico Tavan finito in
manicomio a dodici anni che pubblica:“Poteva capitare anche a te/ di
nascere in un pentolone/ tra rospi e intrugli/ di streghe senza
processo/ e il dolore grande di una madre./ Io mi sono trovato a
passare/ da quelle parti.” Emily Dickinson che a venticinque anni
si estrania dal mondo rinchiudendosi in camera sua illusa che basta la
fantasia per vivere e che esce dalla sua camera solo da morta, ed esce
insieme a millesettecentosettantacinque poesie che la sorella scopre in
un cofanetto. Joseph Rudyard Kipling dichiarato “incapace intellettualmente”
dai suoi insegnanti ma che inventa versi immortali e cede all’emorragia
cerebrale. Paul Éluard che ha una crisi esistenziale e scompare per
sette mesi non dando notizie di sé e facendo perdere le sue tracce e
termina la sua vita con un doppio attacco di angina pectoris. Antonio
Machado, che lo trova cadavere il fratello, nelle tasche del cappotto,
prima di morire aveva messo un foglietto in cui aveva scritto:”Quei giorni azzurri e quel sole dell’infanzia.“
Vladimir Vladimirovič Majakovskij che si spara dritto al cuore. Esenin
terrorizzato da allucinazioni causate dalla dipendenza dall’alcol che
s’impicca a trent’anni. Amelia Rosselli con la diagnosi di schizofrenia
paranoide che perde contro i suoi demoni ammazzandosi. Edgar Allan Poe
devastato dall’alcol e dalla desolazione che barcolla in strada ed evoca
versi maledetti. Guy de Maupassant vittima di paralisi, amnesie,
allucinazioni, che trapassa dopo diciotto mesi in stato di incoscienza.
Keats che abita in piazza di spagna e crepa a venticinque anni. Villon
che viene condannato a morte e graziato con l’esilio. Rocco Scotellaro,
trentenne, stroncato da un infarto.
Vi basta per sapere che cos’è la poesia? Vi basta per sapere che non
servono dibattiti, recensioni di critici, intellettuali malati d’ego,
fantomatici poetastri che puzzano di biblioteca per sapere cos’è la
poesia? E la poesia è un gioco pericoloso da cui un poeta non può
sottrarsi. Può però scegliere la maniera di giocare e andare fino in
fondo. E la maniera migliore è rischiando la vita. Rischiando tutto per
un verso, per un unico, immortale, verso destinato allo splendore, fin
là dove nessun altro potrà mai arrivare.
“Io dico che bisogna essere veggente,
farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e
ragionata sregolatezza di tutti i sensi.”
– Arthur Rimbaud –
– Arthur Rimbaud –
Se nelle rotte confuse della mia vita non
mi sono ancora perduto del tutto, se in ogni occasione di naufragi sono
approdato in isole salvifiche, se da quasi diciassette anni scrivo
poesie, se sono cambiato e cambierò, lo devo alle donne. A tutte le
donne che ho conosciuto ed amato, a quelle che ho mitizzato ed alle
amiche tuttora sorelle di smarrimenti e glorie. Mi hanno, loro, sempre
consegnato le mappe di nuovi mondi, di universi paralleli, di luoghi
onirici. Mi hanno, alcune, ferito, terrorizzato, reso insonne,
distrutto. Ma è sempre valsa la pena. E tutte le volte che mi sono
rialzato, a tendere le mani, c’erano braccia femminili. Con un sorriso.
Con un sorriso che lo sguardo non sa tollerare per quanto è
spaventosamente ricolmo di tenerezza. Come la bellezza. La bellezza
unica di essere donna, di rapportarsi con gli elementi in un connubio
spirituale che è si un accidente, ma anche l’idilliaca vicinanza col
tutto; con l’esistenza e con il mistero. Infatti la donna custodisce
scrigni. Ogni cosa si svolge in modo arcano nella femmina. Nelle sue
viscere e nella sua anima. In lei tutto è illuminato. Si fa copione
divino, percorso di cosmo, atomi di splendore, alberi che allungano i
rami per tirarsi giù il cielo. E come si può sopportare che queste
creature vengano imprigionate dentro le tradizioni, picchiate, stuprate,
obbligate a sottomettersi, a prostituirsi. E come si fa a non sentire
le bombe che negli anni sono cadute in testa nelle loro abitazioni di
fango o cemento, a non sentire tutte le grida disperate di donne
abbandonate, rimaste senza figli o marito per colpa delle guerre. E come
non travolgersi al pensiero di ragazze infibulate e lapidate, smembrate
a colpi di machete. A quelle umiliate troppo spesso dentro le quattro
mura di casa invece di essere protette. A quelle che furono torturate e
bruciate durante la santa inquisizione, alle schiave per i bianchi, alle
donne incinte squarciate dalle baionette dei regimi, annientate da
patriarcati infami. E come non piangere le vittime di stalking, le donne
a cui è negata l’istruzione o il diritto di voto.
Amo la donna perché è sopravvissuta.
Perché ha dovuto imparare a mentire, ma quando il vento la ammantella,
si sposta un po’ i capelli e pare la Verità. Amo la donna per il suo
corpo intriso di celestiale, che si perde con la luna aprendo il cuore
all’universo. Che sublima la nostra colpa di vivere e gira sembrando un
miraggio. Amo la donna perché so di Frida Khalo che patisce trentadue
interventi chirurgici e che non si piega a nessuna convenzione sociale
dell’epoca. Perché so di Jeanne Hébuterne che, incinta, e poche ore dopo
dalla morte del compagno che amava, Modigliani, si getta dal sesto
piano. Perché so di Rosa Parks che, negli Usa, rifiuta, in piena
segregazione razziale, di lasciare il posto a sedere, nel bus, ad un
bianco. Amo la donna perché so della visionarietà poetica di Patty
Smith.
Ed amo la donna perché adoro il suo corpo
che sbocca sangue e custodisce vita, che avanza portando cornucopie di
sogni per confonderci d’infinitudine. Amo quel suo “corpo elettrico” che
respira all’unisono con madre natura invidiosa. Che perfeziona
l’esistenza e scuote temporali, che si fa obbedire da mari ed arcobaleni
e libera Eros. Amo la donna perché è ricolma di affastellati
avvilimenti, di distanze ingestite, di velate provocazioni e pudicizie
improvvise. Perché ha ali spezzate e sa comunque librarsi in volo,
perché intrattiene grovigli di lontananze e beatitudini, ha soprassalti
di strazi e ricordi non sopiti, ha perdizioni e coriandoli di mito.
Perché si scuote di ansie e segreti sotto le tempie e tutto si compie
dentro lei: nelle viscere, nel mistero. In simbiosi assoluta con la
Bellezza ed il suo occulto. Perché la donna canta la bellezza e
l’occulto.
“La donna è qualcosa d’ardente e di
triste, qualcosa un po’ vago, che lascia corso alla congettura. Andrò ad
applicare, se si vuole, le mie idee a un oggetto sensibile,
all’oggetto, per esempio, il più interessante nella società, a un viso
di donna. Una testa seducente e bella, una testa di femmina, voglio
dire, è una testa che fa sognare in una volta, – ma in maniera confusa, –
di voluttà e di tristezza; che presuppone un’idea di malinconia, di
fiacchezza, persino di sazietà, – ma pure un’idea contraria, ossia un
ardore, un desiderio di vivere, associato a un’amarezza rifluente, come
provenisse da una privazione o da una disperazione. Il mistero, il
rimpianto sono ugualmente caratteri del Bello.” (Baudelaire)
sabato 8 agosto 2015
Gli ignoranti
Cosa succede quando si dedica la propria vita a uno scopo? Étienne Davodeau è un autore francese di fumetti, molti dei quali dedicati a come sta cambiando il lavoro e come questo influisce nella vita delle persone. Richard Leroy è un vignaiolo che conduce i pochi ettari della sua vigna con metodi biodinamici. Étienne vuole capire la passione che sostiene il lavoro dell’amico, così forte da spingerlo a cambiare vita per dedicarsi solo al suo vino: senza cedere a una facile produzione industriale, ma perseguendo invece un ideale di qualità con una produzione molto limitata di bottiglie l’anno. Richard entra così nella cantina di creatività di Étienne, dove ogni libro è una scommessa con i lettori e gli editori perché lavorato come un pezzo unico: sempre diverso dai libri precedenti nei personaggi, nell’ambientazione e nella realizzazione grafica, ma sempre riconoscibile nel suo stile, nei testi come nei disegni.
Tra degustazioni di vini e letture di fumetti, incontri con produttori biodinamici e autori di fumetti, entrambi scopriranno che i loro lavori hanno a che fare con quell’indefinibile che ci rende “esseri umani”.
Raccontato in presa diretta, quasi si svolgesse mentre lo si legge, Gli ignoranti è il diario di una reciproca educazione attraverso un’etica del fare che si trasmette attraverso il piacere di un bicchiere di vino o la lettura di una storia ben scritta e disegnata. In appendice tre testi di Sandro Sangiorgi e Sergio Rossi sulla viticoltura biodinamica, il mercato del fumetto francese e il making di questo volume.
Autore: Étienne Davodeau
Data Pubblicazione: 2015
Pagine: 288
Editore: Porthos Edizioni
Lingua: Italian
domenica 14 giugno 2015
domenica 7 giugno 2015
Thomas Mann
Come diventare scrittori? Se lo chiedessimo a Thomas Mann,
ci risponderebbe con il consueto garbo ed esattezza, cercando di
trovare le parole che possano descrivere al meglio l’alchimia delle sue
creazioni. Ci direbbe che lo scrittore “findet und nicht erfindet”, ossia “trova e non inventa”[1].
L’ispirazione non è un segnale divino che tocca l’artista come
un’epifania, ma lo scrittore è un attento osservatore e null’altro.
Tutto ciò di cui ha bisogno è già dato, esiste intorno a lui, l’abilità è
nel distillare il giusto composto.
Critici letterari, editor, agenti, scuole di scrittura, tutti son pronti a srotolare decaloghi di regole da rispettare per essere pubblicati e acquistati.
Leggere, certo, è importante per ogni autore che si rispetti, conoscere
la grammatica non sarebbe cosa sgradita, scrivere di temi attuali e
ampiamente conosciuti potrebbe giovare. Usare una lingua semplice senza
che sia banale, innovare e sorprendere senza doverlo fare a tutti i
costi. Lasciar sedimentare una pagina scritta per un po’ per poi
rileggerla a voce alta e scoprire così quanto ancora debba essere
rilavorata. E potrei continuare per decine di righe.
Molti sono consigli giusti,
attenzione a confondere l’essere scrittori con il venir pubblicati,
acquistati e letti. Questo errore Thomas Mann ha cercato di non farlo,
per principio (e allora seguire i propri principi non era segno di stupidità),
sebbene come ogni scrittore ha dovuto cedere a qualche compromesso per
offrire alla sua opera l’opportunità di essere letta. La casa editrice
Il Saggiatore ha ripubblicato a dicembre la raccolta epistolare che ha
unito, per un trentennio, uno dei più grandi romanzieri del Novecento
(Thomas Mann) con la sua traduttrice italiana per eccellenza (Lavinia
Mazzucchetti).
La raccolta ristampata con il titolo assai suggestivo La gioia maiuscola di essere scrittori ripresenta
al lettore il fitto scambio (allora d’obbligo per entrare davvero in un
testo) fra scrittore e traduttore per confrontarsi non solo sui
risultati della traduzione in questione o sull’accoglienza della stessa
da parte dei lettori, ma anche sul contesto socio-economico, politico e
culturale in cui l’opera era nata. Confronto che poi si è allargato
anche ad alcuni editori e intellettuali dell’Italia della prima metà del
Novecento (come Arnoldo e Alberto Mondadori, Enzo Paci, Emilio Cecchi e
Ranuccio Bianchi Bandinelli). Perché se è vero che ogni
scrittore ha come aspirazione veder pubblicata una sua opera, ciò non
deve avvenire a tutti i costi e con ogni mezzo. Leggendo le
lettere di Mann scopriamo che spesso è la “sua” traduttrice a insistere
per la pubblicazione di un’opera in Italia, laddove era l’autore a
ritenerla non adatta o non facilmente comprensibile per il lettore
perché nata in un contesto socio-politico (la Germania degli anni Trenta
e Quaranta) diverso da quello italico. Perché prioritario per Thomas Mann era la massima fruizione del suo pensiero e non della sua immagine,
della sua vita privata o del numero di autografi che avrebbe potuto
firmare se fosse venuto a presentare il suo libro in Italia.
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